Horror for the sun

Orrore al Sole 2016

Orrore al sole 2016: una antologia con ben 108 racconti selezionati da LetteraturaHorror tra quelli presentati per il concorso omonimo alla sua prima edizione 2016, tra cui il mio “Pianeta Cannibale”.

 

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Prigione Federale

 

«Vada un po’ più avanti.»

Avevo appena spento il motore, ma a quanto pare anche il benzinaio ha da ridire su quello che faccio. Su come lo faccio.

Non gli è bastato che parcheggiassi l’auto vicino alla pompa dal lato serbatoio, ma chiede anche un inutile surplus di precisione, come se la mia fosse una Formula Uno in un pit-stop ai box, dove tutto deve quadrare al millimetro.

Riaccendo il motore rassegnato, ignorando lo sguardo velenoso di mia moglie. Vado avanti per non più di venti centimetri, quel tanto che basta fin quando lui non mi fa un cenno. Spengo di nuovo il motore e cerco di rilassarmi.  Parola difficile ormai per me.

Adesso mi riesce scomodo girare il collo all’indietro per controllare il contagiri, mentre posso solo supporre che stia compiendo il suo rapido dovere. Mi sfiora il sibilante sospetto che lui lo abbia fatto apposta a farmi andare avanti, per impedirmi di guardare, ma decido pigramente di fidarmi e non verificare l’importo erogato. È soltanto uno dei molti compromessi che in questa giornata sarò costretto ad accettare.

I compromessi sono come delle piccole riserve di ossigeno, alle quali si ricorre per pura necessità, semplicemente perché ti aiutano a sopravvivere meglio. Tutti li accettiamo ormai, che siano piccoli o grandi. Che si tratti di accontentarsi di indossare calzini spaiati ma comunque di un colore simile, o decidere di non andare al funerale di un caro amico perché si ha tanto e troppo da fare…  tutto spesso si riduce ad un compromesso, ad un fastidioso accettarsi e tollerare.

La mia vita procede su un binario doppio ormai, bilanciato dagli scambi dei livelli di tolleranza che ne regolano il compromesso esistenziale. Ho fatto dell’ incompletezza una regola che mi aiuta a resistere, senza eccezioni.

Ma la tolleranza, il compromesso, l’incompletezza… sono le non qualità che servono per dare uno sfondo coerente alla mia inadeguatezza, al senso di vuoto che mi corrode.

Tutto quello che mi accade, tutto ciò che percepisco converge verso una sola, unica e incontrovertibile realtà: questo mondo ha già deciso quanto io debba essere inutile, e quindi mi ha assegnato il compito più torbido ed ingrato.

Ha trasformato la mia mente in una prigione federale, nella quale vengono scaraventati i pensieri più scomodi e perversi, quelli che bisogna tenere lontani e ben nascosti per garantire una generale parvenza di sanità mentale. Una prigione nella quale chi li ha rinchiusi si prende tutto il tempo e la crudeltà per esercitare le più impensabili torture. Ma loro sanno ribellarsi, e trovano sempre il modo per sottrarsi al controllo, quindi il mio compito principale è impedire che ciò accada. Con ogni mezzo.

Un grande onore, davvero un grande onore mi è stato concesso, penso ironico, mentre attendo il resto dal benzinaio. Lui apre un portafogli spompato per quanto è zeppo di banconote, ne estrae due, ma le tiene distanti dal finestrino, obbligandomi a sporgere la mano per prenderle. Quando le sfioro, sento una piccola scossa al contatto con le sue dita. Carica elettrostatica. Forse è successo anche a lui di avvertirla, perché mi guarda con occhi straniti.

Riavvio il motore e riparto.

Riparte da dove lo avevo interrotto anche il film quotidiano in sedici noni offertomi dal parabrezza. Zeppo di dettagli insignificanti ai quali inevitabilmente provvedo a dare un senso distorto, se non aberrante.

Come mani traboccanti dalle buie celle della mia assurda prigione, così alla maggior parte delle cose che vedo si aggiungono le angoscianti appendici dei pensieri malati, distorti e letali che vi sono rinchiusi. Sono tutti miei prigionieri senza speranza, ma indomiti si affacciano continuamente nella mia sfera sensoriale, alla ricerca ostinata di una via di fuga.

La donna che attraversa la strada distratta viene travolta e schiacciata dall’automobilista che litiga con l’amante al cellulare; i ragazzi che ridono e scherzano spintonandosi vengono massacrati a colpi d’ascia dal negoziante impazzito perché Equitalia gli ha pignorato tutto; il ragazzo con le cuffie sul marciapiede viene scambiato per il figlio di un boss e falciato da una sventagliata di mitra.

La mia fantasia contaminata completa a suo piacimento scene di ordinaria normalità decorandole con le incognite rosse dei miei pensieri in catene.

Vivo così in un doppio equilibrio instabile, diviso tra ciò che vivo fuori e quello che mi vive dentro inquinando con ombre malefiche le mie percezioni sensoriali.

Si rende sempre più difficile per me distinguere la realtà dalla fantasia, le luci dalle ombre, la verità dalla menzogna, confuse come sono nella mia mente ormai tra il reale, il probabile ed il possibile. Il mio sguardo resta vagamente fisso oltre quello che vedo per non concentrarsi troppo su questi orrori, che potrebbero diventare reali sottraendosi al mio controllo. Ma in queste mie “assenze” vengo assediato dallo sguardo attento di mia moglie, pronta a catturare la minima falla nei miei comportamenti, per usarla contro di me.

Alza il volume, abbassa il volume. Alza il finestrino, abbassa il finestrino. Cerco di interpretare correttamente i suoi desideri senza confondermi, attento ad ogni suo mormorio, perché sbagliare significherebbe sentirmi ripetere ancora quanto io sia un fallito.

Non la biasimo, ma come potrei mai spiegarle?

Mi accorgo di quanto ormai sono diventato insignificante e assolutamente prevedibile ai suoi occhi anche in questo.

Qualsiasi discorso, qualsiasi argomento cela l’insidia delle censure che lei è pronta a muovere verso di me. Verso quello che sono. O che sono stato. O meglio… che non sono stato.

E comincia così il censimento quotidiano dei miei errori… tutti da lei ben custoditi e messi in mostra come soprammobili di pessimo gusto, esposti ma rigorosamente spolverati ogni giorno. Vengono tutti coinvolti in una piccola quanto personalissima shoah… per non dimenticare. Dal primo all’ultimo mio sbaglio.

Percorro strade che dovrei conoscere a memoria, ma la deformazione capricciosamente introdotta nel reale dai pensieri più subdoli e ribelli che ospito, modella per esse scenari fantasiosi.

Si apre una voragine poco prima del semaforo e inghiotte una Yaris davanti ai miei occhi. La evito con una manovra rapida, che aggiunge ancora più stranezza al mio già compromesso stato di persistente allucinazione.

Più avanti, all’incrocio, due auto si scontrano in un incidente che già mi figuro mortale. Una Golf nera non rispetta uno stop ed investe in pieno una Punto grigia. Dopo la pioggia di polvere e clangore posso sentire l’odore della benzina che si versa sfrigolando sull’asfalto. Alcune persone si avvicinano… per soccorrere i feriti, immagino. Ma ecco che lo scenario cambia. Irreversibilmente.

Mio Dio! Un tentativo di evasione. Adesso. Qui. Mentre sono in auto con lei.

Una donna in tailleur nero sui quaranta si avvicina allo sportello della Punto e tenta di aprirlo. Non ci riesce. Arriva un uomo corpulento con uno sgargiante maglione giallo e le si affianca. L’accostamento dei colori mi fa pensare ad un’ape… pronta  a pungere. Tirano entrambi la maniglia con forza. Posso vedere distintamente le vene bluastre che si gonfiano di sangue nel collo della donna per lo sforzo. Posso vedere anche i suoi denti che mordono il labbro inferiore lasciando una impronta rossastra sulla pelle. Accorre altra gente. Lo sportello finalmente si apre con uno schiocco. La guidatrice è semisvenuta, ha i capelli biondo sangue e un brutto taglio in fronte. Nell’auto con lei tre bambini, in diversi stadi di incoscienza. La signora in nero e l’uomo grasso tirano via di forza per un braccio la donna fuori dall’abitacolo. Altri estraggono i bambini e se li contendono. La bionda ferita si lamenta e chiede aiuto adesso. Giungono altre persone che si affannano attorno a lei ed ai bambini. Non capisco bene cosa succede, o forse lo so. Ma non voglio pensare che stia succedendo proprio questo, adesso, nello schermo protetto della mia mente.

Ora le persone che circondano la donna insanguinata sono moltissime, la nascondono alla mia vista. I movimenti che fanno sono strani e ritmati, quasi come un’onda. Si capisce poco di quello che sta accadendo…  finché le urla della donna non salgono di intensità. Diventano strazianti, acquistano la sonorità di frequenze acutissime che non vorrei mai sentire. Mia moglie fa per scendere dall’auto, ma la blocco appena in tempo. Forse non mi ha mai visto così deciso.

Innesto la retromarcia, ma dietro di me un SUV mi impedisce di fare manovra. Nello specchio retrovisore lo sguardo del guidatore mi dice che manca poco. Non era mai capitato così, ma dovevo aspettarmelo. Adesso il mio pensiero è lei. Non ha nessuna colpa in fin dei conti.

Controllo il perimetro mentale, e capisco da dove parte l’attacco. Il settore è dei peggiori tra quelli che mi tocca ospitare. Uno dei pensieri più malati sta tentando di evadere dal blocco di massima sicurezza, ha forzato le difese minime e non riesco più a rintracciarlo. Niente di buono. Davvero niente di buono. Se oltrepasserà anche il perimetro esterno sarà la catastrofe.

Guadagno un metro di spazio in avanti tamponando malamente la Micra che mi precede, e poi mi butto di nuovo a marcia indietro con l’acceleratore al massimo addosso al SUV, che trascinato dall’urto indietreggia per qualche metro slittando, prima che il guidatore prema rabbiosamente a fondo sul freno. Approfitto dello spazio che si è creato e ruoto al massimo il volante scartando di lato sulla sinistra verso l’altra corsia, ancora vuota per fortuna. Non mi curo delle invettive del tipo al SUV che mi lascio dietro: so che tra poco le sue urla cambieranno frequenze per diventare rauche, acquistando singolari echi preistorici. Un paio di manovre frenetiche e riesco ad invertire la marcia, mentre già alcune mani battono violente e impazzite sui vetri, sulla carrozzeria della mia auto. Scatto velocissimo sulla strada libera, lontano da quel luogo. Lontano dalle urla ormai indistinte di quella donna.

Ora ho tempo per cercare il fuggitivo. Ma le mie mani sudate sul volante tremano. Rifaccio tutta la procedura di verifica. Il settore violato è tra quelli di massima sicurezza, ad altissima protezione. Devo avere sbagliato in qualcosa per farmelo sfuggire così.

Ritorno indietro mentalmente e capisco l’errore: il benzinaio. La scossa che mi ha trasmesso nel darmi il resto non era una carica elettrostatica, ma un impulso indotto che ha aperto un varco nel settore di estrema malvagità. E i risultati li ho appena visti. Torno di corsa al distributore, incurante delle occhiate ormai rassegnate di mia moglie.

Appena entro nella piazzola, però, noto subito l’ambulanza del 118 con i lampeggianti accesi. Scendo dall’auto. C’è un ragazzo indiano che agita le braccia sconsolato mentre parla con un sanitario alto e massiccio in tuta arancione. Altri due sanitari stanno caricando rapidamente una barella sull’ambulanza. Riconosco il viso dell’uomo disteso sul lettino. L’indiano sta dicendo le cose a modo suo.

«Io non so… detto di sentire peso a cuore… e… è caduto a terra.»

Un infarto… così, apparentemente all’improvviso, ma io so che è stato quello il premio malvagio per la sua collaborazione, almeno lo penso.

Prima che il lettino venga caricato sull’ambulanza mi aggrappo alla sponda e lo trattengo, incurante delle proteste dei due sanitari. Il benzinaio è disteso immobile, ha gli occhi vitrei, la sua lotta per sopravvivere resterà una grande incognita, ma forse sono ancora in tempo per un contatto. Stringo forte la sua mano inerte mentre i sanitari bestemmiano e mi spingono per allontanarmi. Ma resisto. E testardamente lo trovo.

La scossa di ritorno che finalmente ricevo dall’infartuato mi aiuta infatti a rintracciare “il Cannibale”, il più terribile dei pensieri che mi hanno affidato. È nascosto nel putridume dei cadaveri mentali che, ammassati nelle fosse acide del subcosciente, attendono di essere smaltiti con i miei prossimi incubi notturni.

Geniale nascondiglio, non l’avrei mai trovato prima di andare a dormire, quando sarebbe però stato troppo tardi. Appena un attimo e ce l’avrebbe fatta a scappare definitivamente, per diffondersi come un contagio spietato nelle menti deboli di coloro che non sarebbero riusciti a gestirlo. Con effetti devastanti.

Sono stravolto, e mia moglie se ne accorge mentre risalgo in macchina. Non tento neanche di spiegarle.

Semplicemente lascio che aggiunga un altro soprammobile alla già sconfinata collezione privata dei miei errori.

 

 

Fine

L’otto per mille

 

«Maresciallo… la madre è quella seduta sul muretto, all’ombra, con la canotta blu. La suora accanto a lei è messicana ed era presente al momento del fatto. Dopo che il padre ha dato l’allarme è rimasta sul posto per aiutare nelle ricerche. La madre è arrivata dopo, era sconvolta, e la suora ha cercato di confortarla in tutti i modi. Quelli in piedi sono il padre e il figlio più grande.»

Il maresciallo Onori guardò il gruppetto, e si lisciò col palmo della mano la rada peluria che resisteva impavida sul suo cranio sudato.

«Va bene, ci vado a parlare io adesso; voi continuate a interrogare le persone qua intorno e non trascurate nessun dettaglio, perché sono poi i dettagli che ci fottono nel nostro lavoro. E mi raccomando, prendete tutti i nomi delle persone presenti.»

«Comandi maresciallo.»

Il brigadiere Augelli si allontanò, dirigendosi verso gli altri commilitoni, impegnati a radunare un folto gruppo di persone nello spiazzo assediato dal caldo.

La donna indicata dal brigadiere aveva un aspetto orribile, con le palpebre gonfie e arrossate di pianto attorno ai begli occhi scuri e i capelli corvini che le scendevano in ciocche scomposte. La patina umida lasciata dalle lacrime sulle sue guance luccicava al sole, tuttavia non riusciva a velare la sua affascinante bellezza mediterranea. Accanto a lei, una suora dalla pelle olivastra le teneva un braccio sulle spalle. Il marito, anch’egli visibilmente scosso, le era di ben poco aiuto e tradiva un colpevole sconcerto nell’espressione del viso pallido dai lineamenti pieni. Teneva il braccio sulla spalla di un ragazzino biondiccio sui dieci anni, dal colorito chiaro come il suo. Certamente il figlio… l’altro.

Onori si rimise il berretto e si avvicinò al gruppetto, ostentando una calma che dentro probabilmente non aveva.

«Buongiorno. I signori… Chiesa?»

La donna continuava a piangere emettendo dei singhiozzi laceranti, visibilmente ancora in piena crisi. Fu il marito a rispondere.

«Siamo noi, buongiorno maresciallo

L’uomo gli sembrò piuttosto calmo, cosa che non poteva dirsi della moglie.

«Le va di raccontarmi com’è andata, signor Chiesa?»

«Io… certo, certo… ma ho già detto tutto al suo collega prima.»

«Sì, ma sono potuto venire solo adesso e gradirei lo ripetesse a me.»

Il maresciallo tirò fuori un piccolo notes e una penna. Non che gli servissero molto, ma aveva da tempo capito che le persone diventavano più attente e si concentravano meglio se lui annotava le loro parole.

«Niente… eravamo qua a visitare l’area archeologica con i miei due figli. Abbiamo iniziato con l’anfiteatro, e poi siamo venuti qui all’Orecchio. Ne avevo sentito parlare, e siccome sono appassionato di archeologia…»

«Lei che lavoro fa?»

«Sono imprenditore, ho una piccola industria.»

«Dove vive?»

«In Calabria, nella provincia di Cosenza.»

«Come mai qua a Siracusa? In vacanza?»

«No, siamo venuti con mia moglie… lei doveva partecipare ad un meeting e quindi…»

«C’era anche sua moglie con voi tre?»

«No, lei era in un altro posto, ad un convegno… ci ha raggiunti dopo, in taxi.»

«Sua moglie lavora?»

«È psicologa… è qui a Siracusa per un meeting di psicologia.»

Onori scrisse per qualche secondo appunti che forse gli sarebbero tornati utili.

«Bene… torniamo a qualche ora fa. Mi racconti quello che ricorda.»

«Niente, siamo arrivati tutti insieme – io e i miei due figli – nello spiazzo di fronte all’imboccatura della grotta, e ho cominciato a fare alcune foto… i miei due figli sono andati avanti. Ho fatto loro un po’ di foto a distanza, ma non li ho persi di vista.»

«Le foto le ha fatte col telefono?»

«No con la mia Nikon digitale.»

«Bene, cortesemente la consegni più tardi al carabiniere che verrà incaricato di prelevarla. Può darsi che in quegli scatti ci sia qualcosa di rilevante.»

«Certo… certo.»

«Quindi lei è entrato dentro la grotta insieme ai suoi figli?

«Ecco, non insieme, loro a un certo punto sono corsi avanti, si sono inseguiti… sa come sono i bambini.»

«Certo che lo so, giocano, sono bambini.»

Il maresciallo era colpito dalla calma quasi alienata di quell’uomo, che affrontava la situazione in una maniera completamente opposta rispetto alla reazione disperata della moglie.

«Esatto, quindi sono corsi avanti. Io ho fatto un po’ più in fretta. E ho visto entrare prima il più piccolo.»

«C’era molta gente?»

«Si tanta! Gente che entrava e usciva dall’imboccatura. Un sacco di turisti.»

«Bene, continui.»

«Niente, entrando forse sono rimasto interdetto dalla confusione… non so, ho perso di vista per qualche secondo i miei figli. È stato un attimo, poi ho subito visto il più grande che si spingeva verso l’interno della grotta.»

«E il piccolo?»

«In quel momento non l’ho visto, ma ho tenuto d’occhio il grande, immaginando che lo stesse seguendo.»

«Ricorda com’era vestito?»

«Aveva un cappellino rosso e una maglietta blu… ma lo può vedere nelle foto che ho scattato maresciallo, aspetti che prendo la macchina fotografica.»

L’uomo estrasse una Nikon da un borsello nero e armeggiò con i pulsanti, rintracciando nel visore alcune delle ultime foto scattate.

«Ecco maresciallo, è lui… mio figlio.»

E improvvisamente, l’uomo scoppiò a piangere. Fu una crisi di pianto straziante, che sembrava non dovesse mai finire. Forse soltanto in quel momento, dopo aver rivisto le foto, aveva realizzato che suo figlio, Lucio, sei anni da poco compiuti, era scomparso.

Inghiottito dall’Orecchio di Dionisio.

 

Per quanto suggestivo potesse apparire, l’Orecchio di Dionisio era una grotta artificiale realizzata in una latomia, una antica cava di calcare, in una forra vicina al Teatro Greco di Siracusa, chiamata Latomia del Paradiso. Ai tempi di Dionisio I, il tiranno di Siracusa – si parla del V secolo avanti Cristo – gli schiavi e i prigionieri venivano impiegati nel lavoro massacrante delle latomie per estrarre la pietra, che veniva tagliata in blocchi da utilizzare nella costruzione dei fabbricati. Ma al danno si aggiungeva poi la beffa, perché le buie e umide cavità che si venivano a creare nella roccia a seguito dei lunghi scavi, venivano in seguito usate dal tiranno come luoghi per imprigionare quegli stessi malcapitati.

La forma particolare ad arco ogivale stretto e altissimo del portale d’ingresso, con una curiosa strozzatura ritorta in sommità, aveva reso famoso l’Orecchio di Dionisio in tutto il mondo.

Così particolare che qualcuno con una punta di fantasia l’aveva ‘ngiuriata a “ricchi di ciucciu”, a orecchio d’asino.

Così particolare da impressionare persino il Caravaggio, che leggenda vuole sia stato il primo a battezzarla “L’Orecchio di Dionisio”, quando, in fuga da Malta, venne a visitare questo luogo nel 1609.

Ma l’appellativo di orecchio non derivava tanto dal profilo bizzarro di quell’arco, quanto dalla pianta a serpentina dell’ambiente interno della grotta: una “S” profonda 65 metri che ricordava i meandri di un padiglione auricolare.

Comunque fosse, il termine orecchio calzava bene, anche perché in quella grotta pare si generasse una acustica cosi particolare che i suoni e le parole scivolavano morbidi e cristallini sulle pareti, propagandosi fino alle orecchie del tiranno in ascolto, strategicamente appostato per carpire i segreti dei suoi prigionieri, o forse anche per godere dei loro lamenti.

Il maresciallo Onori però non ne sapeva granché di queste storie, che, come una vernice invisibile, affrescavano le pareti ripide di quell’imponente grotta, mentre in silenzio la percorreva.

Dal momento in cui quella mattina i primi carabinieri erano giunti in quel posto dopo l’immediata chiamata al 112 del signor Chiesa, il suggestivo anfratto era stato sgomberato dai turisti che lo infestavano, poi raccolti ordinatamente nel piazzale antistante e identificati.

Con tutte quelle trasmissioni in televisione sulla gente che scompariva ormai era d’obbligo mettersi subito il culo al riparo ed evitare distrazioni sin dall’inizio.

Il maresciallo Onori non era siciliano, ma orgogliosamente ligure. In quei suoi cinque anni di servizio a Siracusa aveva però spesso sentito parlare di quel posto particolare. Sapeva che era stata una prigione ai tempi del tiranno Dionisio; un luogo di pena e tormento dal quale si diceva fosse impossibile scappare. Ma ancor più vi era impossibile sparire, almeno fino a poche ore prima.

La luce si piegava a fatica dopo l’ultima curva della grotta, e ne rimaneva davvero poca a illuminare il fondo di quell’imbuto scuro. Il maresciallo accese la torcia e scrutò con i brillanti raggi dei led le scoscese pareti umide. Vagheggiò le storie che quelle superfici avrebbero potuto raccontare, rabbrividendo. Era molto sensibile al dolore e alla sofferenza degli altri, e immaginava le sensazioni che avrebbe provato a restare rinchiuso e prigioniero in un non-luogo come quello, dove anche la speranza moriva insieme alla luce.

Nella parte bassa delle pareti c’erano alcuni fori, forse i punti in cui venivano attaccate le catene dei prigionieri. La sua mente cominciò a creare immagini e suoni irreali, rapita dalle sensazioni angoscianti che quel posto gli trasmetteva.

Cercò di concentrarsi sul motivo del suo sopralluogo. Notò che in fondo alla grotta non c’erano cavità o piccoli anfratti nei quali un bambino potesse nascondersi, né le pareti erano scalabili. Neanche nel pavimento di sabbia compatta c’erano depressioni o altro che potesse servire da nascondiglio. La realtà di quelle pareti altissime era nuda e cruda, come la roccia di cui erano composte.

Ma volgendo lo sguardo all’indietro notò a circa metà dello sviluppo della grotta un ampio portale scavato nella roccia, sulla parete di sinistra. Si avvicinò e osservò attentamente l’apertura: aveva una forma trapezoidale, che andava stringendosi verso l’alto. Formava un’ampia rientranza rettangolare con il soffitto piatto, le pareti strombate e una profondità di almeno cinque metri. Somigliava nella forma alla cappella laterale di una chiesa. Permetteva certamente di potersi nascondere, ma proprio perché era ben ampia non consentiva di sottrarsi per molto tempo alla vista.

Colto da una idea improvvisa, decise di fare un piccolo esperimento. Tornò all’esterno e sostò davanti all’arco, incurante degli sguardi interrogativi dei suoi sottoposti, che nel frattempo stavano tenendo a bada i turisti.

Dopo un paio di minuti, con gli occhi riabituati all’abbacinante riverbero della luce del sole, tornò dentro la grotta. Restò subito abbagliato per l’improvvisa variazione di luminosità e si mosse a tentoni, guardando verso il pavimento illuminato, ma senza avere una visione laterale definita.

Arrivato a circa metà grotta i suoi occhi si erano ormai completamente adattati alla poca luce, ma la rientranza, che stavolta si trovava alla sua destra, gli era completamente sfuggita, anche perché la grotta curvava sinistra, e quindi lo sguardo tendeva a seguire il movimento verso l’interno.

L’illuminazione lo colse di sorpresa e in quel nido di ombre fu ancora più luminosa, quasi come se la scena l’avesse vissuta.

Anzi. La vide.

Il bambino entrava dentro la grotta correndo, ma superato l’ingresso continuava a filare spedito. Si voltava ridendo e mostrava i dentini dritti e corti, perfettamente allineati… nell’arco illuminato intravedeva stagliarsi la sagoma del fratello, che tentennava incerto per l’abbagliamento e la confusione. Subito dietro di lui la figura massiccia del padre, anche lui vacillante e stordito dall’abbagliamento per il brusco passaggio dalla luce alla penombra. Lui invece ci vedeva benissimo, perché i suoi occhi non avevano subito nessuna brusca variazione. Aveva proseguito la corsa, e scorta sulla destra la rientranza, aveva deciso subito cosa fare per giocare un bello scherzo al fratellino e al padre. Si sarebbe nascosto in quella grotta piccola, facendoli andare avanti fino in fondo alla grotta grande; avrebbe aspettato un po’, spiandoli senza farsi vedere e ridendo del loro sconcerto, facendogli prendere una bella paura. Poi alla fine sarebbe uscito fuori sghignazzando e prendendoli in giro. Aveva solo sei anni, ma con il folletto del gioco nel sangue. Del resto, giochi da ragazzini erano. Quante volte l’aveva fatto anche lui il gioco di nascondersi per non farsi trovare. Stupidi e innocenti giochi da ragazzini.

Ma stavolta qualcuno aveva spezzato il filo dell’innocenza, e aveva sporcato il gioco. Qualcuno che aspettava nel buio, come un ragno attende paziente che sulla tela si posi la giovane mosca.

Percorse con la torcia tutto lo spazio della rientranza. Qualcosa gli restituì un debole raggio di luce, incastrata proprio nell’angolo più buio. Si chinò per guardare meglio.

L’oggetto che vide chiudeva semplicemente il cerchio.

Un paio di occhiali da sole con le lenti di plastica blu specchiate. Occhiali da bambino. Ecco perché il piccolo non era rimasto abbagliato.

Agli altri carabinieri aveva ordinato di fare una perlustrazione sommaria, perché lui doveva essere il primo a ispezionare la grotta, quindi era comprensibile che non li avessero visti.

Adesso il maresciallo Onori non aveva dubbi. Il bambino non si era perso. Era stato rapito. E le cose cambiavano radicalmente.

Adesso era una gara col tempo.

 

Li aveva fatti radunare tutti in fila davanti a sé, approfittando di una larga fetta d’ombra che si era creata da poco su un lato della forra. Erano venticinque in tutto. Certo tra di loro non c’era chi aveva preso il bambino. Ma c’era chi sapeva. O almeno questo il maresciallo lo sperava.

Li guardò uno per uno. Li fissava negli occhi senza parlare, aspettando la loro reazione. Nella maggior parte dei casi erano sguardi interrogativi, di attesa o di disagio. Aspettavano che lui parlasse, ma invano. Li passò in rassegna come un sergente avrebbe fatto con gli uomini della sua squadra, pronto a  lanciare una punizione. Una squadra eterogenea, di uomini e donne di tutte le età e tipi umani. Quasi tutti turisti, alcuni bizzarri, come la giapponese col vestitino rosso e l’ombrellino, o l’americano obeso con i vistosi bermuda a scacchi. Ma la sua sorpresa fu enorme quando i segni di stress che cercava li vide nel viso in cui meno si aspettava dovessero apparire.

Era il viso olivastro della suora messicana.

 

Quasi 100 metri di snelle costole di cemento impennate verso l’alto nel cielo azzurro di Siracusa. All’inizio qualcuno, senza tanti sottintesi, la definì un mostro di cemento armato. Forse perché era ancora troppo presto quando la cominciarono a costruire nel 1966. Ce ne vollero quasi trenta di anni per finirla e assimilarla, ma la magnificenza dell’opera era ormai matura per chiudere col botto il secolo delle grandi idee.

Il Santuario della Madonna delle Lacrime sembrava voler rubare il cielo agli anonimi palazzoni del centro di Siracusa; un faro di terra che segnalava ostinato la presenza illuminante della Madonna in una terra che troppo facilmente la dimenticava.

L’uomo restò colpito da quella costruzione, percorrendo il giardino ben curato che faceva da timido filtro verde all’ingresso del Santuario.

Vista dall’interno, l’altissima cupola creava un effetto ottico stupefacente che per un attimo gli fece dimenticare il peso che gravava sul suo cuore. La suora messicana era stata chiara nel dire di cercare conforto in questa chiesa, in una maniera forse troppo insistente, e lui aveva seguito quel consiglio.

La madre del piccolo era rimasta in albergo, sotto l’effetto dei sedativi, con il figlio più grande.

«Le piace la nostra chiesa?»

La voce quasi lo aggredì alle spalle. Si voltò e un giovane e massiccio prete di colore gli dedicò uno smagliante sorriso.

«Buongiorno, sono padre Francis. Piacere di conoscerla.»

«Piacere.»

I due uomini si dettero la mano.

«Lei è il signor Chiesa immagino. Benvenuto alla Madonna delle Lacrime… si è mai chiesto perché questa chiesa si chiami così?»

«N-no. Madonna delle lacrime? Forse per qualche miracolo?»

«Così dice la tradizione. Le lacrime sgorgavano da una statuetta della Madonna, in una casa di gente umile in via degli Orti. Ma le lacrime sono importanti, sono i liquidi mattoni di sale con i quali noi costruiamo le nostre chiese, la nostra fede. Senza lacrime non si canta messa. La veda un po’ così. Lei piange?»

«N-no… cioè, sì. Ieri ho pianto.»

«Da quando non piangeva?»

«Non lo ricordo neanche. Da ragazzo piansi per la morte di un professore a cui ero molto attaccato.»

«Lo immaginavo. Eppure piangere vuol dire emozionarsi, vivere. L’essere umano è l’unico essere vivente che piange. Piangere ci distingue dagli animali, dalle belve. Lei non deve preoccuparsi per suo figlio.»

«Mio figlio? La prego, mi aiuti padre

«Certo che l’aiuterò. Suo figlio sta bene. Noi non siamo animali. Siamo uomini di chiesa, ma a volte dobbiamo fare i conti anche noi. Io vengo dal Burundi, uno stato piccolissimo… è difficile per voi immaginare una guerra civile da noi… Hutu e Tutsi qua non significano nulla, sono solo nomi.  La guerra, le torture, e poi la fame. I bambini muoiono come le mosche. Vedesse i loro occhi quando non trovano più la forza neanche di chiuderli. Vorremmo tanto aiutarli, ma i soldi non bastano mai. Curarli, sfamarli… lei mi capisce.»

«Ma che vuol dire? Lei sa dove si trova mio figlio?»

«Potrei saperlo. Potrei interessarmi. Ma pensi anche a quei bambini… immagini di toccare le loro ossa sporgere dalla pelle, perché di carne ne resta poca attorno. Pensi a loro. Cosa vorrebbe fare per aiutarli? Noi non siamo esosi sig. Chiesa. A noi basta l’otto per mille. Ma un bambino qua ne salva più di mille laggiù.»

«Che vuol dire?»

«Una piccola autotassazione. Abbiamo verificato che il suo patrimonio si aggira sui due milioni di euro. Quindi l’otto per mille sarebbero sedicimila euro. Ma dobbiamo aggiungere alcune piccole collaborazioni e qualche spesuccia logistica… arriviamo fino a ventimila per arrotondamento. Come vede non è granchè. Una soffiatina di naso per lei. Pensi a quante vite salverebbe… pensi a sua moglie, ai suoi figli… a suo figlio. Ventimila euro. Detraibili tra l’altro. La intenda come una piccola donazione per la nostra Madonna, per ringraziarla di averle fatto ritrovare il suo amato figlioletto… Lucio si chiama, vero?»

«S-si… Lucio. Ma… e se non volessi pagare questi soldi?»

«Per quale motivo correre il rischio di non rivedere mai più il suo Lucio? Nel mondo ci sono migliaia di posti di fede in cui far crescere un bambino. Si troverebbe tra buoni cristiani. Ma lei non lo rivedrebbe mai più. Mi sembra davvero un pessimo affare. Onestamente. Che ne dice. Accetta sig. Chiesa?»

Il prete allungò la mano all’uomo per siglare il patto, ma l’espressione gioviale del suo viso si sciolse quando sentì lo scatto metallico della manetta chiudersi intorno al polso. Con un gesto veloce l’uomo gli ammanettò anche l’altra mano.

«Non mi chiamo Chiesa, padre Francis, forse lei mi ha confuso. Il mio nome è Onori, e per sua sfortuna sono un maresciallo dei carabinieri, e casualmente mi trovavo un miniregistratore acceso. Avrà molte cose da spiegare, ma intanto le conviene dirmi dove si trova il bambino.»

Non era stato molto difficile travestirsi in maniera da somigliare al sig. Chiesa, che gli aveva riferito dello strano appuntamento datogli dalla suora. Lui aveva collegato subito i segni di stress letti nel viso della donna, e quindi si era recato all’appuntamento al posto di quell’uomo.

Il bambino lo trovarono giù, nella cripta, insieme con la suora messicana e un’altra donna. Aveva ancora addosso una parrucca di capelli biondissimi, che lo facevano somigliare a una bambina.

L’altra donna confessò di averlo narcotizzato nell’Orecchio di Dionisio e portato via tenendolo in braccio come se dormisse. La parrucca bionda aveva ingannato tutti. La suora invece avrebbe dovuto bloccare il padre con una scusa, prima che avvertisse i carabinieri. Lui però era stato troppo veloce a dare l’allarme, ben sapendo quanto contassero i minuti in quei casi.

Il maresciallo Onori era soddisfatto a metà. Le crude parole dettegli dal prete gli rimbalzavano ancora in testa. Non poteva fare a meno di  pensare che nonostante la gioia di una madre per il figlio ritrovato, quello sarebbe rimasto come uno degli arresti più amari della sua carriera.

 

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Il Mastino laico

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Probabilmente uno dei momenti piu intensi della mia partecipazione ai premi letterari negli ultimi tempi è costituito dalla parentesi di Terni, a cavallo tra la notte di Halloween e il giorno di Ognissanti nel 2016, quando sono intervenuto alla seconda edizione del TerniHorror, festival di cinema e letteratura. Mi sono trovato un po’ a casa mia, condividendo con appassionati del genere  tante suggestioni e atmosfere. A parte infatti la soddisfazione di avere ottenuto una menzione speciale della giuria con il mio racconto in concorso “La Tela nera”, la nota positiva è stata proprio poter dialogare a bocca piena di horror con persone che lo masticano giorno e notte. Tra questi nuovi amici, Alessandro Chiometti, anche lui scrittore oltre che presidente dell’associazione culturale “Civiltà Laica”,  che ha pubblicato per la Dalia Edizioni il romanzo horror “il Mastino di Darwin”. Già il titolo mi ha catturato, memore di reminiscenze del maestro Conan Doyle, e non ho certo perso l’occasione di un acquisto privilegiato con dedica dell’autore. A distanza di tempo il libro di Alessandro ha finalmente trovato posto nel mio comodino, e non c’è stato per molto, perchè il suo è un romanzo che affascina da subito e ti prende bene, sia per come è ineccepibilmente costruito che per la ricchezza di stimoli, anche socio-culturali, che concede. Scritto con uno stile scevro da manierismi, conserva il linguaggio secco e veloce più adatto per questo tipo di ambientazioni horror: scene e personaggi descritti con pochi ma essenziali tratti, divagazioni contenute e una penna che sa diventare feroce quando è necessario affondare per bene. Era tempo che non leggevo un esordiente così capace e letale, che ha saputo arricchire la ben copiosa letteratura vampiristica con nuove e originali variazioni sul tema. Un applauso ad Alessandro, ma anche alla Dalia Edizioni, una casa editrice certamente coraggiosa, che non bada ai grandi numeri, ma a una qualità che traspare anche dalla curatissima veste editoriale. Arrivederci al prossimo TerniHorror, Alessandro: aspetto senz’altro il tuo nuovo romanzo, da gustare in salsa nera.

Superconsigliato: Il Mastino di Darwin, di Alessandro Chiometti, Dalia Ed. è disponibile anche in ebook su Amazon.

Destino (Educazione) Fatale (Sentimentale)

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C’è un fatalismo capriccioso nelle storie di Salvo Barbaro. Leggendo i suoi primi due racconti su “Pistole, vita e mutande di gente perbene” mi ha fatto tornare indietro nel tempo, rievocandomi le storie di Verga che leggevo da ragazzo, nelle quali l’uomo veniva considerato solo in parte infinitesima arbitro del proprio destino, agitato e scosso da accadimenti che ne stravolgevano l’esistenza ai quali non poteva opporsi. Salvo in effetti ha il pregio di incarnare una nuova anima del verismo italiano, tradotta con il linguaggio moderno di una società contemporanea che ha abbandonato la sua matrice rurale per andare a smarrirsi nei labirinti della globalizzazione. Salvo nelle sue storie forse non ci dice niente di nuovo rispetto alle cronache o riguardo a tante esperienze di vita private e comuni, reali o narrate, ma compone i suoi collage narrativi affidando al destino il compito di amministrare le vite dei personaggi, alcuni dei quali diventano “persone”, più che personaggi. La critica da fare però c’è… i primi due racconti trovano nel ritmo veloce e nell’alternarsi famelico dei cambi di scena la loro essenzialità narrativa, brillantemente arricchita dallo spin off che li lega con la figura di Don Antonio… ma il terzo? Il terzo racconto è tutt’altra grana, tutt’altra lirica. Un profondo imbuto riflessivo, una educazione sentimentale che avrebbe meritato il respiro di un romanzo tridimensionale con forti contenuti psicologici e non la bidimensionalità a volte asfittica del racconto, comunque egregiamente sviluppato e con una delicatezza di rara fattura, in cui non possiamo non riconoscere in Giulio  lo stesso protagonista. Il terzo racconto c’entra poco insomma col tema che lega e cementa i primi due: è una nota stonata che ha tuttavia il pregio di farci capire quanto Salvo sia capace di misurarsi con diversi generi, e forse per questo va perdonata l’idea per me azzardata di incastrare un racconto fuori tema piuttosto che magari chiudere il cerchio con un terzo episodio legato ai primi due da un altro spin off. E’ comunque quasi celebrare un battesimo per me scrivere di quest’opera pubblicata da Salvo con la mia stessa casa editrice, Le Mezzelane, per l’affetto e l’attenzione che dedico al suo evolversi come scrittore. Non posso che essere soddisfatto dunque della buona prova offerta, e adesso lo attendo anche sulla lunga distanza di un romanzo, in cui saprà dilatare al meglio i suoi spazi creativi.

Buona la prima Salvo.

NEVER MIND

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Da ragazzo a scuola media qualche volta prendevo un voto basso nel compito in classe d’italiano. Non che fosse scritto male, ma molto più semplicemente la motivazione che mi veniva data era: “sei andato fuori tema”. Col passare del tempo questo mio modo di eludere le regole tropo restrittive è diventato quasi una regola, che quando mi è stato possibile ho sempre applicato. E così trovo particolarmente stuzzicante andare fuori tema nei concorsi letterari, o quantomeno sovvertirne le regole. Con “la pelle non dimentica” il mio problema centrale era però quello di ben figurare con la mia casa editrice, Le Mezzelane, organizzatrice del concorso,  con le audaci, infaticabili e testarde Rita e Maria Grazia, che  avrebbero senz’altro vivisezionato il mio racconto e le mie poesie. Mi è venuto così d’impulso, neanche a farlo apposta, capovolgere il tema della violenza di genere, e tirar fuori una storia di solidarietà femminile, ispirata a una figura arcaica di donna accentratrice, dispensatrice di vita e di morte: Cleto e Atropo insieme.  Ma la vera scommessa è stata quella di coinvolgere il nostro gruppo facebook “Exitus”, che ha risposto in maniera concreta, e, a conti fatti con pregevolissimi risultati. Il podio si può dire che sia stato tutto nostro, e cinque di noi sono intervenuti alla premiazione ricevendo attestati di elogio, mentre diversi altri componenti del gruppo compaiono nelle due antologie. Al di là dei meriti personali, che mi tengo dentro e sono motivo di profonda gioia e soddisfazione, è quindi il risultato del nostro collettivo che più mi soddisfa. Lo so, siamo una piccola banda di matti, scriviamo e ci leggiamo orgiasticamente, abbiamo personalità variegate ma possediamo qualità che riusciamo a far affiorare in qualsiasi contesto. Io confesso che il primo premio non me lo sarei mai e poi mai aspettato. Magari il premio della giuria, sì, a quello ci tenevo, ed è arrivato ad abundantiam. Con le giurie e con i punteggi raramente ho avuto grandi risultati, mentre molto più facilmente ottengo menzioni speciali e premi della giuria proprio per questo mio cocciuto modo di andare fuori tema, o comunque aggirarlo. Che dire! Era destino che dovesse essere questa la mia prima volta “primo”, proprio con la mia casa editrice, e ricevere il premio addirittura dalla mia editor, io che gli editor li ho sempre bistrattati benevolmente. Dopo la delusione del premio Terra di Guido Cavani avevo scritto un pezzo dal titolo “Quel che rimane”, e adesso vorrei chiedermi cosa rimane dopo la magnifica giornata trascorsa al ristorante Villa d’Este per la premiazione di “la pelle non dimentica”. Beh, diciamolo, davvero un altro mondo questo concorso rispetto a quella fiera delle vanità che è stato il Cavani: scelte di qualità tangibili, passerelle ridotte al minimo e soprattutto la premiazione dello stile di scrivere, oltre che delle storie. E allora, cosa mi rimane? Innanzitutto negli occhi mi restano i capelli. Quelli verdi fosforescenti di Camilla; quelli ricci e leonini di Giovanna; quelli lisci e nerissimi di Anna e Antonella. Poi la simpatia dei nuovi amici… Eufemia, Paolo, Filippo. La signorilità del padre di Pierpaolo, che ho immortalato in un selfie insieme a me. Per non parlare del pranzo: perfetto come da anni non mi capitava.

E dunque…  tutto bello. Mi dispiace soltanto una cosa, mi dispiace per chi non c’è stato, perché si è perso una bellissima giornata con un emozionante pieno di emozioni.

Quel che rimane

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«E venne il giorno…»

«No, dai ancora no. Parti dall’inizio.»

«Ok, ok…  già… a te è sempre piaciuto partire da Adamo ed Eva.»

«Uffa.. dai, stavolta parti da… da dove sei partito?»

«Da un paese come tanti e come nessuno, si chiama Contrada.»

«Sicuro che si chiami così?»

«Fidati. E non mi interrompere più, ok?»

«Va bene, va bene… parti da dove vuoi, ma raccontami il tuo viaggio.»

 Il  mio viaggio…  l’autobus, l’aereo, il treno, l’automobile. Mi è mancata solo la nave per fare l’en plein. E poi? Poi… beh… poi c’è stato l’incontro. Con chi? Ma con due persone che… sai quando di un tipo dici che è mitico? Ecco, raddoppia: due mitici. Andrea e Irma. Due pezzi spaiati arrivati doloranti da incastri sbagliati, che hanno scoperto con insperata sorpresa di aderire perfettamente. A volte capita. Sono persone vive e libere, che ti fanno respirare come fosse aria pura anche il fumo acre delle sigarette che si accendono rigorosamente in coppia. Sono persone dagli occhi un po’ liquidi, con lo sguardo che oscilla tra il miraggio di una adolescenza mai superata e quell’angolo di cloud in cui hanno archiviato i sogni con appena un velo di vernice a nasconderli. Magari li immagini da ragazzi, chiusi nelle cantine foderate coi cartoni delle uova, mentre si facevano di erba e si pompavano nelle orecchie adrenalina assordante, sballando come cammelli. Magari, boh… chissà che pensi. Vorresti dirgli che ti fanno stare tanto bene, che gente così mentalmente libera e impregnata di cultura post-moderna è raro trovarla dalle tue parti, ma ti trattieni. Devi pur sempre recitare la tua, di parte.

Già.

E comunque… è subito cena. Alberto, William… ma cos’è? Dove l’hanno parcheggiata la De Loren? Sembrano catapultati nel futuro dagli anni ’70. Stempiature vertiginose, codini grigi e una verve da far impallidire anche gli ingessatissimi under 18 della sezione giovani.

C’è anche Moreno, grande e indiscusso mattatore; c’è Ileana, di Passione lettura… che ci vorrei anche litigare “maltrattandola” un po’, ma come faccio? Mi conquista subito con la sua simpatica parlata capitolina. E poi tanta bella gente: Paola, Chiara, Giovanni, Alessandro, Valeria… quasi tutti appaiati, e un po’ mi sento fuori posto, ma del resto sono fresco di una scelta da single, che cosa pretendo? Gli scrittori li punto subito, e dai discorsi che facciamo capisco anche troppo presto che non c’è aria per me. La fantascienza è davvero fantascienza in un premio così! Quindi, mi dico: amico mio, goditi la cena, divertiti, magari fai due salti come ai bei tempi, col rischio di sembrare un capicollo dondolante. La musica di Alberto, il Dj, scioglie ogni impaccio e mi spinge in pista: il furbone sembra leggermi nel pensiero e infila uno dopo l’altro i migliori hit ballabili della mia giovinezza. Non siamo in molti a dimenarci, ma tra gli altri Valeria ha una marcia in più: ha azzeccato pure il vestito spagnoleggiante. Quando arrivano – e potevano mai mancare? – i Santa Esmeralda, ebbeh! Gli occhi sono tutti per lei: una conquistatrice di retine. Alberto intanto mi fa pure contento e scalciante, quando prima dei lenti mi regala Alive and Kicking dei Simple.

Dissolvenza.

E arriva veramente il giorno, consumato quasi tutto ad aspettare. La piazza di Maranello è lucida dopo la pioggia del pomeriggio. Con Alessandro ci ritroviamo vestiti quasi uguale. Sorridiamo e diluiamo in un caffè i codici di una amicizia promettente. Entriamo nell’Auditorium Ferrari, finalmente. Il buffet evapora presto, ma della premiazione non vorrei tanto parlare, l’ho vista e vissuta da perdente: inutile menarsela, perdere non piace a nessuno. Eppure, eppure… salverei giusto Claudia, che mi sorride a quattro ganasce e mi dice di sedermi accanto a lei in prima fila. È preoccupata. Ha la gonna troppo corta, e si immagina  lo spettacolo fuori programma nel caso venisse invitata a salire sul palco. Fattene una ragione, le dico, perché tu ci salirai lassù. Secondo posto la Claudia, eh! Mica niente. Salverei anche la simpatia di Giovanni, e poi certamente Chiara, che la prima piazza la merita tutta, rastrellando premi come fossero Oscar in un film di Scorsese. La serata è la sua, ma soprattutto è il premio Terra di Guido Cavani a essere suo: tarato al millimetro per gratificare il suo racconto dal tema delicato e implodente, non certo per apprezzare un mare di morti destinati a ingozzare un pianeta in agonia con esplosioni e catarsi finale. Ecco lo sbaglio, mi dico. Non bisogna essere solo bravi a scrivere o a saper scrivere, ma bisogna capire quando far esplodere le cariche e quando invece trattenerle con forza fino a farle implodere. Ecco, è tutto finito. The winner takes it all, ma non c’è spazio né volto per i perdenti. Su quel palco non ci saliranno proprio, neanche con il solo nome. Restano nell’oblio muto di un vuoto a perdere che ti strizza il cuore per la delusione. Vorresti protestare, dire la tua. Chiedere a gran voce almeno una gratificazione per essere stato un finalista, per aver portato il culo così lontano da casa tua. Ma poi pensi alla storia, maestra di vita, quando Roma fu sconfitta e occupata dai Galli Senoni. I romani contestarono a Brenno che i pesi della bilancia per il conteggio dei tributi di guerra da versargli erano truccati. Brenno, impassibile, sfoderò la sua spada e la aggiunse sul piatto dei pesi da pareggiare con l’oro, pronunciando la celebre frase: Vae victis. Ops! Mi scusino gli assessori alla cultura del modenese per questa troppo dotta citazione, capisco che non sia molto da loro apprezzare i riferimenti storici, visto il penultimo posto che mi hanno assegnato.

Ma no, dai. Mi sto zitto. È meglio.

La lezione l’ho imparata. Guai ai vinti.

BELLE DONNE LEGGONO

steve

Quando le belle donne leggono i tuoi libri la soddisfazione è Doppia. Se poi lasciano anche un loro personale parere gratificante, allora l’ego levita…  e va bene… calma, calma… ho già dedicato alcuni articoli alle belle lettrici Mariateresa Ferrario e Valentina Libraia, adesso però voglio farvi leggere cosa hanno scritto alcune altre splendide lettrici su Hic Sunt Leones…

Letto da Lallina Poe

Hic sunt leones
Inizia in modo tranquillo e normale come la domenica mattina in cui è scomparsa Anna.
E poi inizia il dramma per il gemello Marco che non si da pace per ritrovare la sorella.
Un superbo giallo ma attenzione ci sono delle zone horror da attraversare e un finale devastante e inaspettato.
Alla fine quello che sembrava fosse non lo è affatto .E anche la personalità dei personaggi muta e si deforma come in un gioco di specchi .
Potrebbe sembrare un giallo nordico ma ci sono pennellate della Locride con colori e riferimenti tutti mediterranei.
Da leggere assolutamente.

 

Letto da Annamaria Marconicchio

Raggiunta quasi la metà della lettura e non mi va di smettere. Come al solito perfetta la parte descrittiva, se possibile anche meglio del solito, perché più fluida e leggera. I personaggi sono delineati in maniera ineccepibile e la storia… è da leggere.  Terminato poco dopo la mezzanotte. Bello, diabolico, incredibile!

 

Letto da Maria Grazia Beltrami

Un autentico viaggio nell’orrore, quello che ci aspetta sulla porta di casa

 

Letto da Rita Angelelli

Per certi versi anche commovente, ma sicuramente un libro stile Milicia e una preziosa prefazione d’autore.

 

e per finire… le bellissime parole dedicatemi dalla solarissima e mediterranea Daniela Larosa

La scrittura di Anton Francesco cattura, sbalordisce e guarda oltre… Anton non è mai banale, il suo è un linguaggio forbito come pochissimi. Scorre tra infinite sfumature, sorprende… e si fa dramma, terrore, ma anche poesia, bossanova o tango… paesaggio lunare e solare….è acuta riflessione!!! Profonda come le pieghe dell’anima, e le scruta. Egli non si ferma solo a un genere, è poliedrico come pochi. La scrittura di Anton Francesco Milicia innamora fin da subito… fortunati i baciati da tanta Bellezza! Scriverei tanto altro ma mi fermo qui. Grazie Anton Francesco!!! Daniela Larosa

Doppio Cerchio

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I due autori del romanzo “Il Cerchio”, Antonella Cataldo e Pierpaolo Ardizzone, sono persone apparentemente talmente diverse da rendere lecito chiedersi come possa essere nato un siffatto connubio, ma questo è uno dei loro tanti segreti. Probabilmente sarà stata l’anima sacra e profana del sud a unirli in questa esperienza innovativa, che a me ha ricordato tanto le atmosfere a tratti sature di erotismo a tratti angoscianti di Ultimo Tango a Parigi. In ogni caso, l’opera che ne è nata si pone come un capitolo a sè stante della letteratura erotica, scevro dalle banalità e dai tanti luoghi comuni che in questo campo, ahimè, imperano. Ma c’è un’altra cosa che unisce questi due outsider dell’Eros, e non è poca cosa. Ebbene sì, entrambi hanno letto Il Doppio, e ciascuno dei due lo ha fatto proprio in maniera del tutto personalizzata, lasciandosi coinvolgere nella trappola mortale del Mosaico. Sentite un pò infatti cosa dicono su questo piccolo e spregiudicato countryhorror:

 

Antonella CATALDO e Il Doppio:

Ho appena terminato di leggere “Il Doppio” del nostro amico Anton Francesco.
Ebbene umilmente lo ringrazio per avermelo consigliato in modo da non farmi dormire.
Vi assicuro che, mentre mi godevo le bellezze dei luoghi attraverso le sue descrizioni dettagliatissime e di grossa competenza artistica, mi sono trovata a camminare sulla corda tesa dell’equilibrista senza rete di protezione (perdonate la metafora circense, deformazione familiare) non sono una che si impressiona, amo l’horror, ma qui io ho viaggiato nell’atmosfera surreale ed allo stesso tempo reale dell’oscuro che ognuno di noi ha. Le descrizioni sadicamente perfette hanno fatto sì di allontanare la definizione classica che diamo a questa categoria di scritti per coniarne una vera e reale.
Avrei voluto mollare ma la trama non mollava me.
Fiato corto per il finale.
Lo consiglio.
Grazie Anton.

 

Pierpaolo ARDIZZONE e Il Doppio:

Buona sera, premesso che non è il mio genere di lettura ma da amante dell’ horror in genere, mi piacerebbe spendere due parole a favore del romanzo di Anton. Questo scritto per me ha una capacità visiva che va aldilà di ogni aspettativa, mi spiego meglio: la bravura dell’autore nel descrivere così dettagliatamente luoghi e situazioni permette di far vivere al lettore le situazioni e gli accadimenti della storia stessa, entrando a far parte del racconto in maniera quasi attiva. Il personaggio principale è un certo Lorenzo, laureando in architettura nonostante la sua età. Personaggio molto timido, parte per un viaggio diretto a Sasso Pisano con l’obiettivo di completare la sua tesi di laurea sul Michelucci. Lì in pochissimo tempo si imbatterà in situazioni al cardiopalma che fino all’ultimo terranno con il fiato sospeso. Sensazione personale: mi ha ricondotto a certi eventi accaduti realmente intorno agli anni 75 – 80. Aggiungo che, a parer mio se di eventi mosaico ce ne fossero stati di più non sarebbe stato malvagio, anzi penso più stimolante ed eccitante.
“Per chi non sapesse cosa sono i momenti mosaico… Vi toccherà andarlo a leggere”.
Il finale è perfetto per il suo genere.
Non aggiungo altro, in quanto una lettura molto chiara e scorrevole… Una lettura che consiglio, almeno a tutti coloro che amano le emozioni forti.

Gente che legge: Quella strana infermiera

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Non datele mai un bisturi in mano: potrebbe staccarvi un dito, o peggio. Quello che si nasconde dietro il suo affilato viso da modella non potreste mai immaginarlo, e comunque, anche se ci riusciste, lei sarebbe già oltre. Il suo divertimento principale è fare a pezzi oggetti di vetro, spargerli per terra e scegliere i frammenti più taglienti per potevi torturare dopo che vi ha legato con lacci emostatici alla sua barella portatile. Quando indossa la cuffietta e le calze bianche diventa un dolce angelo sterminatore da corsia. Stephen King non la conosceva, altrimenti avrebbe battezzato col suo nome l’infermiera di “Misery non deve morire”. Già, il suo nome: Vale. Una maiuscola iniziale appuntita che la descrive appieno, perchè Vale fa male. In Calabria diremmo: non t’a ‘ngannari. E non bisogna davvero ingannarsela, Vale.

Lettrice compulsiva, poetessa di nascosto, si divide tra incubi, sogni, realtà e allucinazioni morbose. Scrive in un quaderno a righe con una maniacale grafia tondeggiante le sue recensioni maledette, che poi deposita chirurgicamente in un post atomico. Mette sotto i ferri qualsiasi scrittore e gli tira fuori letteralmente l’anima, come farebbe Hannibal Lecter. Analizza le trame e viviseziona i personaggi, per poi spalmarne i mucchietti di ossa sbriciolate nel suo quadernino, diventato ormai l’incubo degli esordienti. Se siete nelle sue grazie è il momento di pregare, se non lo siete, beh, avrete sicuramente già dato.

 

FEEDBACK DI VALE PER HIC SUNT LEONES

Quarto libro in lettura dell’autore calabrese, Anton Francesco Milicia, che, anche in questo romanzo sceglie come teatro di posa dei suoi quanto “singolari” che “pittoreschi” personaggi, la Calabria. La vicenda si svolge a Contrada delle case vecchie, terra dalla bellezza selvaggia e misteriosa governata da caos politici e giudiziari, dove spesso, tutto ciò che è illegale viene attribuito, erroneamente alla ‘ndrangheta solo per semplificare le cose, e dove la verità si cela in ben altri luoghi. Lo stesso vale per la scomparsa della giovane Anna, una ragazzina poco più che tredicenne dalla chioma dorata. Ma a distanza di quindici anni la storia sembra ripetersi. Il fratello di Anna, Marco, che mai si è rassegnato nella ricerca della verità, quella assoluta ed inalienabile, è alimentato da nuovi demoni interiori e sospetti, che lo porteranno oltre i limiti ed a far parte di un progetto inconsapevolmente, manovrato come un burattino da un giostraio spietato. Ciò lo farà avvicinare alla verità, ma sempre in forma distorta e marchiarsi per sempre di una colpa.
Romanzo avvincente, ricco di personaggi dal profilo inquietante che recitano in una sinossi dai ritmi incalzanti e mai monotoni e sempre ricca di colpi di scena. Sempre presenti, anche se in maniera meno marcata e più contenuta rispetto ai romanzi precedenti, gli approfondimenti da parte dell’autore, dei territori della zona della Locride, sia dal punto di vista storico che geo-politico. Narrazione impeccabile, ricca di emozioni e sconvolgenti colpi di scena che, in un crescendo di tensione e brividi si conclude con un spiazzante epilogo. Cinque stelle ruggenti e pienamente meritate a questo stupefacente e poliedrico autore.